Domenica, ora di pranzo. Il sugo sul fuoco, la famiglia intorno al tavolo, la giornata che per una volta non chiede niente. Sei lì, di corpo. Poi ti squilla qualcosa nella testa, non il telefono, quello per una volta è girato a faccia in giù accanto al piatto. Squilla il pensiero: lunedì c’è la consegna del cantiere di via Verdi, e quel cliente venerdì ha lasciato in sospeso la storia delle ore, e se poi contesta con cosa gli rispondo. E la domenica, senza che nessuno se ne accorga, è già finita. Il corpo resta a tavola. La testa è uscita di casa da un pezzo, ed è tornata dove non vorresti.
Ci hanno raccontato per anni che l’imprenditore non stacca mai perché ama troppo il suo lavoro. È una bella storia, e come tutte le belle storie è comoda per chi non deve viverla. La verità è più semplice e meno nobile: non stacchi perché hai qualcosa in sospeso che non puoi chiudere. Non è passione, è una faccenda aperta. E una faccenda aperta, la domenica, pesa il doppio, perché intorno hai le persone a cui vorresti dare attenzione e non ci riesci, e loro se ne accorgono.
Guardala da vicino, questa domenica, che è più istruttiva di quanto sembri. Non è il lavoro in sé a starti addosso. Il lavoro fatto, chiuso, dimostrato, non ti segue a casa: quello lo lasci in cantiere e buonanotte. Ti segue solo quello che è rimasto in bilico. La discussione con il cliente che non hai potuto smontare perché non avevi in mano niente, solo la tua parola contro la sua. Il dubbio su quante ore ha davvero fatto la squadra giovedì, perché il foglio firme è quello che è, tre calligrafie e un totale che non torna. Il rapporto da rifare lunedì mattina a mente fresca, che intanto ti ruba proprio la mente fresca della domenica, e te la restituisce lunedì già stanca.
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Apri il trialÈ qui il gioco di prestigio più crudele di tutta questa storia: la perdita non è nelle ore che passi a lavorare, quelle almeno le vedi e le fatturi. È nelle ore in cui non stai lavorando, e non riesci comunque a essere altrove. Paghi due volte lo stesso problema. Una volta quando succede, il giovedì, e una volta la domenica, quando torna a trovarti mentre gli altri ridono a una battuta e tu la senti arrivare da lontano, con lo sguardo dentro al piatto.
E la cosa si allarga, come le macchie d’olio sull’asfalto, piano e in silenzio. Perché i tuoi, a casa, non vedono la contestazione né il foglio firme, non sanno niente del cantiere di via Verdi. Vedono te. Vedono il papà che c’è ma non c’è, che risponde a monosillabi con lo sguardo altrove. Vedono il compagno che annuisce a vuoto, la persona che una volta rideva alle stesse battute e adesso le sente come attraverso un vetro. Non ti stanno rimproverando il lavoro. Ti stanno cercando, e non ti trovano, perché sei rimasto indietro, fermo in un giovedì che non hai potuto chiudere. E i bambini, che di orari e fatture non capiscono niente ma di presenza capiscono tutto, quel vetro lo sentono prima di chiunque.

Il paradosso, poi, è che più cresci più questa domenica si svuota. Uno penserebbe il contrario: lavori tanto, l’attività va, e ti aspetti che a un certo punto arrivi la pace, il momento in cui ti godi quello che hai costruito. Invece aggiungi cantieri, aggiungi persone, aggiungi giri, e aggiungi faccende in sospeso da rincorrere con la testa. Più l’attività va avanti, meno la domenica è tua. Ti sei fatto un’azienda e ti sei tolto le domeniche. Non doveva funzionare al rovescio?





