Alle cinque e cinquanta lo spogliatoio è ancora mezzo addormentato, il neon sopra gli armadietti sfarfalla un istante prima di accendersi bene, e in giro c’è quell’odore di detersivo industriale misto al caffè della macchinetta che nessuno beve volentieri ma che tutti prendono lo stesso, per abitudine. Il turno, quello ufficiale, comincia alle sei. Ma alle sei, in reparto, si arriva già con la tuta addosso, i guanti allacciati, la cuffia o il casco a posto. Prima di quel momento c’è un pezzo di mattina che nessuno scrive da nessuna parte: aprire l’armadietto, togliersi i vestiti con cui si è arrivati, infilare la divisa che l’azienda impone (quella e non un’altra, per igiene, per sicurezza, per riconoscibilità), agganciare uno per uno i dispositivi di protezione individuale. Cinque minuti, dieci se il turno è di vigilanza e gli strati da indossare sono più di uno.
Il punto, scomodo quanto semplice, è chi paga quei dieci minuti. Perché se la divisa te la scegli tu, te la porti da casa, te la indossi quando e dove preferisci, quel tempo resta tuo e nessuno ha titolo per chiedertelo indietro. Ma quando la divisa è un obbligo, quando non puoi indossarla altrove né in un momento diverso da quello che l’azienda stabilisce, la faccenda cambia natura del tutto. Non è più un gesto privato prima del lavoro: è già lavoro, solo che per abitudine nessuno lo chiama così.
È da qui che nasce quello che in gergo giuslavoristico si chiama tempo tuta, ed è una di quelle voci che sembrano trascurabili finché qualcuno non le moltiplica. Dieci minuti a persona, per ogni turno, per ogni giorno lavorato, su una squadra di trenta o cinquanta persone: il conto cresce in fretta, e con lui cresce il rischio che prima o poi qualcuno lo faccia notare, magari davanti a un giudice.
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Apri il trialCosa dice davvero la Cassazione
La Corte di Cassazione è tornata più volte sul tema, e nel 2024 lo ha fatto con una serie di ordinanze, tra cui la n. 20787 e la n. 12408, che hanno fissato un punto abbastanza chiaro: il tempo necessario a vestirsi e svestirsi rientra nell’orario di lavoro quando è eterodiretto, cioè quando non dipende da una scelta libera del lavoratore ma da un obbligo imposto dal datore. L’eterodirezione, spiegano i giudici, può nascere da una regola aziendale scritta nero su bianco, oppure può essere implicita nella natura stessa degli indumenti: se la divisa è diversa da qualunque abito che una persona indosserebbe normalmente nella vita di tutti i giorni, diventa difficile sostenere che qualcuno se la metta a casa prima di uscire di porta.
Detto altrimenti: se chi lavora non ha alcun margine su dove, quando e come indossare ciò che gli viene richiesto, quel tempo è già sotto il potere direttivo dell’azienda, ed è già prestazione lavorativa a tutti gli effetti, anche se sulla carta il turno non è ancora iniziato. La stessa logica, riconosciuta anche a livello comunitario nella definizione di orario di lavoro della direttiva 2003/88/CE, vale per le pulizie industriali, la vigilanza, la sanità, l’alimentare, il chimico: ovunque la divisa o i dispositivi di protezione non siano un’opzione ma una condizione per entrare in reparto.










