C’è un’idea che gira tra i datori di lavoro da quando il software costa meno di un caffè: se posso vedere tutto, perché non vederlo. Dove sono i furgoni, quanto si fermano, a che ora un tecnico stacca davvero, quanti minuti passa fermo al semaforo. Gli americani gli hanno dato pure un nome, bossware, i programmi che misurano ogni respiro di chi lavora, e uno studio recente di Berkeley e Vanderbilt ha messo nero su bianco quanto in fretta si stiano diffondendo. La tentazione riesce a sembrare innocente, quasi ordinata: più dati, più controllo, meno discussioni col cliente. Poi però arriva l’Europa, e l’Europa su questo terreno ha già deciso da un pezzo.
La domanda vera non è se puoi mettere un GPS in mano ai tuoi operatori, quella risposta è quasi sempre sì. La domanda è a quali condizioni, e qui il continente si divide in trentanove sfumature diverse. Abbiamo passato al setaccio la situazione di trentanove Paesi, i ventisette dell’Unione più Norvegia, Islanda, Regno Unito, Svizzera e i Balcani che si stanno allineando, e il quadro che ne esce smonta l’idea che basti comprare l’app e accenderla. In quasi tutti il tracciamento continuo ventiquattr’ore è vietato o fortemente limitato; in quasi tutti il GPS deve spegnersi quando il mezzo passa all’uso privato; e in trentasette Paesi su trentanove la base giuridica non è il consenso del lavoratore, considerato troppo fragile in un rapporto dove uno comanda e l’altro firma, ma il legittimo interesse, che però va dimostrato e bilanciato.
Trentasei di quei trentanove Paesi pretendono una valutazione d’impatto prima ancora di partire, e nella grande maggioranza il monitoraggio dei dipendenti via GPS è finito esplicitamente nelle liste nere dei garanti, quelle dei trattamenti ad alto rischio. Tradotto: non è una formalità che firmi e archivi, è il momento in cui devi spiegare per iscritto perché ti serve, cosa raccogli e per quanto tempo lo tieni. Chi salta il passaggio non sta risparmiando tempo, sta mettendo da parte una contestazione per quando meno gli farà comodo.
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Apri il trialL’Italia ha il cancello più rigido d’Europa
Le differenze nazionali sono il punto in cui la mappa diventa davvero interessante. L’Italia, tanto per cominciare, ha il cancello più stretto di tutti: l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori impone un accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro prima di installare qualsiasi sistema da cui possa derivare un controllo a distanza, e lo impone sempre, senza la scorciatoia del “tanto siamo in quattro gatti”. Nessun altro Paese del gruppo lega le mani in modo così netto a prescindere dalla taglia dell’azienda. È l’unico, su trentanove, a non concedere soglie.
La Germania gioca un’altra partita, altrettanto dura. Lì il consiglio aziendale, il Betriebsrat, ha un vero potere di cogestione: dove esiste, senza un accordo con lui il GPS non si accende, e poco importa che tu lo chiami “prova” invece che “controllo”, perché la legge tedesca guarda a cosa il sistema è oggettivamente capace di fare, non alle tue intenzioni. Non è un principio da convegno: il garante di Amburgo ha multato H&M per oltre trentacinque milioni di euro per aver schedato la vita privata dei dipendenti, ed è la sanzione più pesante dell’intera rilevazione. La cogestione del consiglio aziendale come cancello obbligatorio ritorna in sei Paesi, dalla Germania all’Austria, dall’Olanda al Belgio fino a Lussemburgo e Croazia.







