C’è un momento preciso in cui un titolare con le squadre fuori sede si arrende. È quando prova a capire se può far timbrare i suoi operai registrando anche la posizione, e dopo due ore davanti allo schermo si ritrova con il sito del Garante aperto, una sentenza che qualcuno gli ha girato su WhatsApp, il blog di un fornitore che giura che è tutto legale, e la sensazione precisa di non avere in mano niente di solido. Allora chiude tutto e torna al foglio firme, che nessuno gli ha mai contestato per il semplice motivo che non dimostra niente.
Il problema non è che le informazioni manchino. È che stanno in trenta posti diversi, in nove lingue, dentro documenti scritti da giuristi per altri giuristi.
Il Garante per la protezione dei dati personali pubblica una tassonomia con oltre duecento provvedimenti sul solo lavoro privato. La CNIL francese tiene un archivio di attualità che va indietro di anni. L’autorità svedese, l’IMY, espone un feed con duecento voci. Il Datatilsynet danese l’elenco delle decisioni non lo stampa nemmeno in pagina, lo carica con JavaScript, e chi arriva da fuori vede un guscio vuoto. Le autorità tedesche poi non sono una, sono diciassette, e i comunicati li mettono in PDF, uno per file, con la data nel nome. Nessuno di questi siti parla con gli altri, e nessuno di loro è scritto per il titolare di un’impresa di pulizie con quaranta persone in giro.
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Ogni mattina il sistema visita le fonti ufficiali delle autorità per la protezione dei dati di tredici paesi europei, più il Comitato europeo per la protezione dei dati. Legge i provvedimenti nuovi, tiene soltanto quelli che toccano il lavoro, quindi geolocalizzazione, videosorveglianza, rilevazione delle presenze, posta elettronica dei dipendenti e lavoro agile, e li mette in una tabella sola con data, paese, autorità, titolo e importo della sanzione dove c’è.
C’è però una cosa che il registro non fa, ed è la parte che conta davvero. Non riassume, non interpreta, non traduce a modo suo. Il titolo è quello che ha scritto l’autorità, parola per parola. L’importo compare solo dove l’autorità lo scrive per esteso dentro il documento, e su sessantotto provvedimenti raccolti gli importi sono quarantotto. Negli altri o non c’era una sanzione pecuniaria, oppure la pagina era un bilancio annuale che ne sommava tante, e attribuirne una a quel singolo documento sarebbe stato comodo e falso. Ogni riga porta il collegamento al documento originale, perché una riga che non si può controllare in un clic non serve a nessuno.
Il confine non passa dove quasi tutti credono
Nel marzo del 2025 il Garante ha emesso due sanzioni da cinquantamila euro a otto giorni di distanza l’una dall’altra.
La prima è andata a un’azienda di autotrasporti che teneva il GPS acceso in continuo sui mezzi, registrando posizione, velocità e chilometraggio in modo difforme dall’autorizzazione che l’Ispettorato territoriale del lavoro le aveva già rilasciato, e senza informativa. La seconda è andata a un ente pubblico calabrese, la cui app rilevava la posizione soltanto nell’istante della timbratura, per controllare che coincidesse con l’indirizzo indicato nell’accordo di lavoro agile.
La prima regge ancora. La seconda è stata annullata dal Tribunale di Cosenza il 1° luglio 2026, con una ratio che vale la pena leggere per intero, perché se la posizione viene acquisita esclusivamente all’atto della marcatura, e non consente di seguire gli spostamenti, non siamo davanti a uno strumento di controllo a distanza ai sensi del primo comma dell’articolo 4, ma a uno strumento di registrazione degli accessi e delle presenze ai sensi del secondo comma.
Stessa cifra, stesso mese, stessa autorità, esiti opposti. Il discrimine non è il GPS, è il quando.
Tre autorità che non si sono parlate, e la stessa linea
La seconda cosa che il registro fa vedere è che lo stesso problema viene deciso in modo coerente in paesi che non si coordinano affatto, e che nessuno lo racconta mai insieme.
In Svezia l’IMY ha ripreso Securitas per le telecamere puntate sugli autisti dentro le auto di servizio. Nei Paesi Bassi l’Autoriteit Persoonsgegevens ha stabilito che gli autisti del trasporto pubblico non possono restare inquadrati in permanenza. In Danimarca il Datatilsynet, chiamato in causa da un sindacato per conto di un iscritto, ha esaminato le telecamere nei punti vendita gestiti da DSB Service & Retail e ha concluso che stanno dentro le regole, mettendo però nero su bianco a quali condizioni si può accedere alle registrazioni.








